I RACCONTI DEL CALENDARIO - settembre
L’autunno, a
Trapani, era fatto di vento. Lo stesso vento furioso che spingeva enormi banchi
di nuvole cariche di pioggia sulla città, faceva volteggiare dolcemente le
foglie secche in piccoli vortici agli angoli delle piazze. Ed era quello stesso
vento che, nelle giornate di sole, disperdeva batuffoli di nubi bianche verso
l’Africa, in un cielo profondo e blu che si confondeva con il mare e con le sue
onde rumorose. I tramonti, poi, in quel periodo, erano spettacolari!
Quando la
macchina di sua madre lasciò il lungomare per immettersi in una stradina che
conduceva in centro storico, Federico stava appunto ammirando gli strani
disegni barocchi che la luce del sole ritagliava tra i residui di un temporale,
mentre spariva in un alone rosso all’orizzonte. Passato quel momento magico,
però, tornò il malumore perché non gli andava proprio giù l’ “esperimento” che
sua madre gli aveva imposto quel pomeriggio.
- Non sbuffare!
– disse lei, rallentando in vista della palestra dove la piccola Yasmine
frequentava i corsi di karate.
- Non sto
sbuffando – disse Federico.
- Sì, invece.
- E va bene,
sì. Che palle!
- Ico!
- Non capisco
perché devo fare ‘sta cosa!
La mamma
parcheggiò e spense il motore. Si voltò verso il figlio e osservò il suo bel
profilo, quello sinistro, quello senza cicatrici.
- Sono la tua
fisioterapista, oltre ad essere tua madre. Devi fidarti due volte di me!
- Sarà
umiliante.
- Non è vero,
sarà divertente.
- Sarà …
pesante.
- Senti – lei
sospirò – Io lo so che Yasi non è la tua preferita e che …
- Non è vero!
Io voglio bene a tutte e due le mie sorelle allo stesso modo.
- Ma non c’è
niente di male … è naturalissimo! – disse lei, accarezzandogli la guancia.
Federico si scostò appena. – Con Fatima avete quasi lo stesso carattere. Lei ti
capisce al volo, ride alle tue battute, asseconda i tuoi scherzi … è ovvio che
ti trovi meglio. Non è una questione di affetto ma … di sintonia.
- E’ solo che
Fatima è molto più matura mentre Yasmine dimostra tutta l’età che ha. Con lei
non è mai facile. E da quando ho avuto l’incidente è pure peggio. E’ come se
lei … lei non … – Federico sospirò – Yasmine si appoggia a me, si aspetta molto
da me. Mi guarda come se fossi la sua roccia. E adesso che perdo colpi non so
cosa …
- A maggior
ragione voglio che facciate questo esperimento insieme.
- No, mamma! A
maggior ragione questo esperimento non ha senso!
- Federico …
-
Riaccompagnarla a casa a piedi? Io?! – il ragazzo si portò la mano al petto –
Con tutti i problemi che ho a riconoscere le strade e gli ambienti … anche
quelli dove sono stato decine di volte!
- Be’, Yasi sa
orientarsi benissimo.
- Appunto! Mi
prenderà in giro, mi umilierà. Le cadrà un mito. Perderà il rispetto che ha di
me. E’ questo che vuoi?
- Potrebbe
stupirti, sai? Potrebbe essere un’occasione per imparare a conoscervi un po’
meglio, voi due. Non vi farebbe male.
Federico fece
per replicare ma ci rinunciò. Era una battaglia persa, con sua madre, lo sapeva
bene. Sbuffò di nuovo e aprì lo sportello.
- Se doveste
perdervi usate le mappe del cellulare, oppure chiamatemi che vi vengo a
prendere. – disse la donna mentre lui scendeva – Ma non vi perderete, io lo so.
- Evviva! Ora
che so che “tu lo sai” mi sento meglio!
- Federico!
- Va bene, va
bene … ci vediamo.
- A più tardi.
- Sì. Forse.
Speriamo.
- Ciao – la
mamma rise e rimise in moto la macchina. Un attimo dopo era sparita nel
traffico. Federico rimase a guardare a lungo il portone della palestra,
l’insegna, gli avvisi appesi al vetro. Dovette farsi letteralmente violenza per
entrare. Ne uscì dieci minuti più tardi tenendo per mano la sorellina.
Yasmine,
imbacuccata nel giubbottino rosa e lilla con un cappuccio bianco a fiori viola
a coprirle i morbidi capelli neri, non la finiva più di raccontare della nuova
mossa che aveva imparato e di come l’avrebbe usata alle prossime gare e di come
era stato emozionante provare la cintura nera di Gianluca e di come si sarebbe
impegnata per vincerla anche lei, un giorno. Il fiume in piena di parole si
interruppe di colpo. La bambina si guardò intorno e poi alzò gli occhi sul
fratello.
- Mamma non
c’è.
- No, la mamma
non può venire a prenderci. Dobbiamo tornare a piedi.
- Ah … va bene!
– fece Yasmine con un’alzata di spalle. E cominciò a camminare con passo
deciso, trascinando lei Federico! Lui adattò il proprio passo a quello della
sorellina, anche perché finché restavano sul corso principale del centro
storico non aveva problemi di orientamento e poteva andare spedito. Tutto
cominciò a confondersi quando imboccarono una traversa e si trovarono davanti
alle strisce pedonali. Yasmine tirava verso la strada e lui la fermò:
- Aspetta,
aspetta … sicura che dobbiamo andare di qua?
- Certo! Non te
lo ricordi? Me l’hai insegnata tu, questa strada! E’ la SCOCCIATORIA!
- Si dice
scorciatoia. – la corresse Federico, confuso. Non la riconosceva affatto quella
via … davvero era stato lui a insegnargliela? Yasmine gli sfuggì di mano e lui
riuscì a bloccarla con uno scatto, afferrandola per il colletto del giubbotto,
quando era già sulle strisce.
- Oh, sei
matta?! Non farlo mai più! – la sgridò, strattonandola verso di sé.
- Ma uffa! –
protestò la bimba – Io sono bravissima ad attraversare!
- Sei ancora
piccola per provarci.
- Non sono
piccola! Ho quasi nove anni!
- Ne riparliamo
quando ne avrai quasi dodici!
- Non è giusto!
- E pazienza!
Andiamo! – Federico chiuse saldamente la mano della sorella nella propria e
attraversarono la strada insieme. Una volta sul marciapiede opposto entrarono
in un piccolo parco pubblico e lo tagliarono in diagonale, riattraversarono e
imboccarono una via larga e, poco dopo, una stradina in cui l’odore del mare e
delle alghe secche era tanto intenso da far lacrimare gli occhi. Era Yasmine
che conduceva, Federico si lasciava trascinare, stordito. Ogni tanto
riconosceva un’insegna, un portone, un angolo, ma non faceva in tempo a
chiedersi quando li avesse visti l’ultima volta che tutto tornava nuovo e
sconosciuto. Ad un tratto il mondo si mise a girare, talmente veloce che lui
non riuscì più a camminare dritto.
- Aspe’ … –
mormorò, fermandosi e trattenendo la vivace sorellina. Crollò contro il muro di
una vecchia casa e vi si aggrappò per non cadere. Chiuse gli occhi e respirò
profondamente due o tre volte, lasciò
che il cuore impazzito si calmasse. Quindi scivolò lentamente fino a sedersi
per terra, le gambe piegate, gli occhi ancora chiusi.
- Ti sei
stancato? Andavo troppo veloce, eh? – domandò Yasmine, con il tono di voce
tranquillissimo. Federico sorrise e provò a sollevare le palpebre. Il mondo
aveva smesso di girare e adesso si specchiava, rimpicciolito, nelle grandi
iridi scure di sua sorella.
- Sì, s-sono un
po’ stanco, Yasi. Ma ora mi riposo e continuiamo. – disse . Yasmine, a
sorpresa, gli sedette subito accanto. Gli diede due pacche affettuose sul
ginocchio:
- Sei fuori
allenamento, lo so. E’ perché ti sei fatto male, in estate, e sei rimasto a
letto tanti giorni. Ma tranquillo … ora la mamma ti aggiusta per benino, così
poi non ti stancherai più!
Federico rise,
ricambiando le pacche sul ginocchio di lei.
- Quando stai
bene bene … che fai, torni dalla tua fidanzata? – chiese la bambina.
- Non lo so. –
rispose lui, ed era sincero.
- E’ bellino il
paese di Emma, anche se il vulcano fa tanta paura, lassù, che brontola sempre.
- Già.
- Io non avrei
mai nostalgia di quel vulcano SE ANDREI via da lì.
- Se andassi,
si dice.
- Tu invece sei
triste? – domandò Yasmine, ignorando serenamente la correzione.
Federico non
rispose alla domanda.
- Eh? Sei
triste che sei lontano da lì?
- Un pochino sì
– ammise lui. Poi sorrise e strinse la piccola a sé, baciandole il cappuccio –
Però per fortuna, qui, ho te e Fati che mi fate divertire.
Yasmine si
godette le coccole per meno di un minuto, poi annuì e si rialzò con un salto
agilissimo. Puntò l’indice contro il fratello e lo incoraggiò, mescolando arabo
e italiano:
- Yalla! Non
perdiamo altro tempo che si fa tardi. Linadhab, ragazzo, linadhab!
- Linadhab –
ripeté Federico, ridendo e rimettendosi in piedi.
- Adesso si va
di qua e arrivati in fondo si gira da quel lato – disse Yasmine, indicando
dritto davanti a sé. Il fratello la prese per mano e si incamminarono.
- Sei molto
sicura, per strada. Brava. – disse, sinceramente ammirato.
- Sì, ora sì.
Ma prima mi perdevo sempre.
- Yasi … tu non
sei mai tornata a casa da sola. Come facevi a perderti se stavi in macchina con
papà, con mamma oppure con me?
- Mi perdevo
nella mia testa, no?
Federico rise:
– Non ho capito …
- Mentre la
macchina va, io guardo e riguardo, e così imparo la strada.
- Ah …
- Solo che
prima dimenticavo sempre quale posto veniva dopo di un altro e in questo senso
mi perdevo. Hai capito? Piano piano, invece, ho imparato tutto. E’ stato
semplice. Bastava che mi facevo i quadri.
- Che ti facevi
…?!
Yasmine
sospirò, un po’ spazientita:
- I quadri, i
quadri! Come quelli che si appendono sul muro.
- Cioè? Come
funziona?
- Funziona che
… che mi immagino un quadro, no? E’ facile! Io vedo un albero che mi piace e
chiudo gli occhi e immagino che quell’albero diventa un quadro e allora
riconosco “la strada con il quadro dell’albero”. Oppure “la strada con il
quadro delle giostre”. O se no “la strada con il quadro del negozio di
animali”.
- Oh … certo!
Ho capito.
- Ecco. Ora
dobbiamo salire di qua, perché dopo “la strada con il quadro del semaforo”
viene “la strada con il quadro del segnale buffo” – la bambina indicò un
segnale di divieto di fermata il cui palo era stato leggermente piegato da
qualcosa o qualcuno. Federico sorrise e pensò che quello poteva essere un
ottimo esercizio anche per il suo cervello sballato che aveva perso buona parte
dei ricordi e del senso dell’orientamento. Invece di immaginare i luoghi come
labirinti confusi e spaventosi doveva immaginarli come qualcosa di divertente e
associare a quelle belle sensazioni delle immagini da ritrovare e riconoscere
man mano. Doveva smetterla di preoccuparsi per quel che non ricordava più e
costruirsi nuove mappe in testa. Tutto qui. La sua pratica e saggia sorellina
di otto anni -quasi nove!- gli aveva spalancato una porta davanti e adesso
riusciva a vedere una direzione da seguire. La mamma aveva ragione, ammise
scuotendo lentamente il capo. Quell’esperimento era stato un successo. E lui
aveva imparato a conoscere meglio un aspetto del carattere della piccola di
casa che mai avrebbe immaginato.
“Settembre mi
piace da sempre” si ritrovò a pensare mentre all’orizzonte appariva la strada
di casa “È un mese breve,
come piace a me. Ed un mese inizio. Come un Capodanno. Tutto ricomincia da
capo, in questo mese. Ricomincerò da capo pure io”.
(QUESTO RACCONTO E’ TRATTO DAL MIO LIBRO “LE VIBRAZIONI VULCANICHE-IL RITORNO” lo trovate in vendita insieme alla prima parte qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/524615/il-ritorno-10/ )

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